Jean Quatremer: «È nata una nuova nazione: le Fiandre»
Jean Quatremer (a sinistra) con il socialista francofono Elio Di Rupo, alla manifestazione unitaria di Bruxelles. (Foto Donya Feki)
I toni si sono fatti accesi tra fiamminghi e francofoni. Dopo 172 giorni senza governo e alcune gravi provocazioni da parte della classe politica fiamminga, il Belgio è giunto a un punto di non ritorno?
INTERVISTA
di Donya Feki, Roma. Traduzione Manuela Moncada.
30/11/07
Domenica 18 novembre 2007 ha avuto luogo a Bruxelles una manifestazione, promossa da alcuni cittadini francofoni, per l'unità del Belgio, e finalmente anche il resto d'Europa sembra aver scoperto che nel Paese sta succedendo qualcosa. Ma cosa, esattamente? Jean Quatremer, il giornalista del quotidiano francese Libération, esperto di attualità europea da quindici anni, fa il punto della situazione.
Cosa succede attualmente in Belgio? Molti parlano di "guerra"...
Per fortuna non siamo nei Balcani. In Belgio la gente non è pronta a impugnare le armi... Ma è chiaro che il Paese si trova al centro di una crisi estremamente grave. Il Belgio potrebbe, alla fine, dividersi in due. Ma non è detto che debba per forza accadere subito. Una nazione è nata al Nord di questo Paese: le Fiandre. Ma il Sud del Paese, francofono, e Bruxelles, non hanno percepito questo cambiamento. Eppure le Fiandre rivendicano la loro indipendenza. Bisogna tener presente che questo Paese è stato creato nel 1830 su decisione di Francia e Inghilterra, e la gente non aveva potuto esprimersi. A forza di riforme dello Stato, una dopo l'altra, si è costruito un muro tra le due comunità. Un muro in attesa di diventare frontiera. Ed è questa frontiera che, a mio parere, sta emergendo. È grave che un paese si divida? Non ne sono convinto.
Uno dei paesi fondatori dell'Europa, un modello di coabitazione tra i popoli... questa divisione non rimette in causa l'Europa?
Non credo che questo scenario sia contrario alle idee che hanno ispirato l'Europa. L'Europa è basata su un principio di volontariato, sul diritto dei popoli di disporre di sé stessi. Ora, qui abbiamo chiaramente una regione, le Fiandre, che non ha più voglia di vivere a tu per tu col suo vicino francofono. Ma i fiamminghi vogliono continuare a lavorare insieme nel quadro dell'Unione Europea a 27, o in questo caso a 28. È anche grazie all'Europa che la nazione fiamminga è potuta emergere. L'Europa, fin dalla sua fondazione, punta giustamente a superare il livello statale.
Se le due regioni si contendono Bruxelles, cosa ne sarà delle istituzioni europee?
I fiamminghi non reclamano più Bruxelles. È la loro capitale storica, certo ma, stranamente, è anche sempre stata a prevalenza francofona. La posta in gioco, per i responsabili politici fiamminghi, è stabilizzare il loro territorio e limitare l'estensione a macchia d'olio del territorio francofono attorno a Bruxelles. Per i francofoni è fuori discussione negoziare la scissione del Paese senza considerare Bruxelles comme annesso. Su questo c'è una vera fissazione da parte dei francofoni. E, effettivamente, si possono ipotizzare degli scontri. Quanto alle istituzioni europee, non rischiano niente. La proposta di Charles Picquet, il Presidente della regione di Bruxelles, mi sembra ragionevole. Propone una ‘città-stato’. Bruxelles diventerebbe molto ricca in quanto tasserebbe le istituzioni.
Nei corridoi della Commissione e del Parlamento, cosa si dicono i deputati e i commissari? Quali sono i timori?
È piuttosto divertente, perché non ne parla nessuno. È una vera reazione di rifiuto. Quando se ne parlerà, significherà solo una cosa: che la separazione sarà già realtà! Tutti guardano altrove e incrociano le dita. Ma non c'è nessun piano d'azione.

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